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Se la ricetta di Confindustria è la stessa dell’Europa

di Savino Balzano.

Per farmi del male, ho deciso di leggere l’intervista che Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha rilasciato a Giannini sulla Stampa un paio di giorni fa. 

Non che sperassi in qualcosa di buono, per carità: il punto di vista di Confindustria è ormai chiaro e Giannini mi dà l’orticaria, ma la giornata era stata troppo positiva e tanto valeva introdurvi una nota di nausea. 

In effetti me lo potevo risparmiare. La ricetta di Bonomi è quella di un grande “Patto per l’Italia” (nomenclatura vecchia, trita e stucchevole che ricorda il “Salva Italia” di Mario Monti e in effetti i contenuti sono gli stessi) che preveda: riforme strutturali necessarie per l’ottenimento dei fondi (spiccioli!) previsti dal Recovery Fund; niente statalismi e totale libero mercato; piena fiducia alle grandi imprese. 

Primo punto tradotto: ulteriore erosione dello Stato sociale, ovvero riduzione dei diritti dei più deboli, dei più fragili, e drammatica compressione delle possibilità loro riservate. La razionalizzazione della spesa (austerity, ma soprattutto troika) divaricherà enormemente le distanze sociali esistenti tra chi ha poco o nulla e chi invece ha molto o moltissimo. Inoltre, le riforme che da sempre l’UE ci richiede non prescindono mai da una rivisitazione (destrutturazione) dei presidi di diritto del lavoro: licenziamenti facili, riduzione dei salari reali, sterilizzazione della lotta. L’arretramento dello Stato sociale ovviamente non può che costare caro anche alla nostra sanità e, dopo quanto abbiamo passato, vengono i brividi: ma per questo ovviamente ci sarà il MES. 

Secondo punto tradotto: niente Stato nel mercato vuol dire che i più grandi mangiano i più piccoli; vuol dire che le multinazionali e le grandi strutture finanziarie avranno la possibilità di sciacallare sulle rovine della piccola e media imprenditoria italiana; significa non difendere il Made in Italy, le sue eccellenze e chiunque investa e abbia investito energie e risorse nelle eccellenze produttive italiane. Lo Stato viene sempre e comunque bollato di inefficienza, cialtroneria e ruberia: la loro soluzione è il libero mercato e la libera circolazione delle ricchezze (ovviamente in uscita dall’Italia). 

Terzo punto tradotto: è ora che le imprese italiane aprano gli occhi e comincino a comprendere quali siano gli interessi che Confindustria intende rappresentare e perseguire. La voce di questi “rivoluzionari” si alza con violenza quando lo Stato prova ad introdurre misure di tutela del lavoro e della piccola e media imprenditoria. La fiducia che Confindustria evoca è da rivolgere alle grandi multinazionali e alla grande finanza, non al tessuto produttivo del Paese. 

E a questo punto la domanda che mi è sorta quasi scontata e banale (e che ovviamente Giannini non ha rivolto a Bonomi) è: in cosa risiede l’originalità di questo “Patto” tanto auspicato? Esattamente in cosa le misure reclamate differiscono rispetto a quanto viene fatto da tempo nei confronti dei paesi più deboli dell’Europa? 

Sono decenni che perseguiamo le stesse maledette politiche liberiste che ancora una volta sfacciatamente vengono reclamate. Veniamo da un lungo percorso di impoverimento: dello Stato sociale, del mondo del lavoro, della piccola e media imprenditoria, delle nostre periferie fisiche e popolari. Le contraddizioni del sistema sono mortalmente emerse durante l’epidemia che è costata la vita a tante persone. 

A fronte di questo, Bonomi e Confindustria, impunemente chiedono di andare avanti: sulla medesima strada e con le solite ricette velenose, il tutto ovviamente condito con la già paventata previsione (minaccia) del milione di licenziamenti. 

Se la spuntano, a farne le spese sarà l’Italia e il suo popolo. 

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