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Cosa troveremo quando la marea COVID si sarà ritirata?

di Savino Balzano.

Da quanto tempo non trascorrete una intera giornata senza pronunciare o senza ascoltare almeno una volta le parole COVID, virus, pandemia? 

Basta fare un momento mente locale, fermarsi un attimo, per comprendere appieno quanto imponente sia stato e sia tuttora il fenomeno, anche e soprattutto in termini di egemonia comunicativa.

Da un anno a questa parte siamo entrati in una spirale di folli eventi che mai avremmo potuto prevedere: dai contagi, ai morti, agli arcobaleni alle finestre, alla gente che canta e poi si dispera, ai banchi con le rotelle.

Dopo un po’ si arriva forse a percepire una strana sensazione, quella per cui così sia sempre stato: si comincia a far fatica a individuare il momento esatto nel quale tutto sia cominciato, si, quasi che la vita di prima non sia mai esistita. 

Un cupo presente che fagocita il passato e che minaccia di fare lo stesso col futuro.

Ieri ci ho pensato durante il giorno e alla fine sono arrivato a credere che inconsciamente questa pandemia non vorremmo lasciarla andare perché è finita col diventare il tappeto sotto il quale nascondiamo la cenere di uno stato Sociale che da tempo abbiamo dato alle fiamme. E nemmeno a farlo a posta ieri sera in una trasmissione televisiva un lavoratore disperato urlava che almeno durante la pandemia non lo licenziano, mentre un ristoratore confessava di temere la fine di questa parentesi che comporterà l’invio delle cartelle esattoriali a casa. 

Quando questa marea si sarà ritirata, cosa ci lascerà? Troveremo il mondo di prima, solo peggiore.

Troveremo folle di lavoratori sfruttati con salari da fame, troveremo precarietà sui luoghi di lavoro, troveremo la ricattabilità e subalternità di una comunità del lavoro che da tempo non riesce ad esercitare le sue prerogative politiche e sindacali, troveremo crisi aziendali, presunti sindacalisti che cianciano di come l’art. 18 sia una roba inutile del secolo scorso, troveremo tutto quello che avevamo lasciato. 

Solo peggiore: nel frattempo la marea ha ci paralizzati e ci ha impedito di produrre, ha ridotto migliaia di piccoli e sani imprenditori sul lastrico, ha costretto i piccoli commercianti alla fame, il mondo delle partite IVA alla miseria, spinto migliaia di cinquantenni a pedalare sulle biciclette del food delivery.

Quando tutto questo sarà finito, troveremo i problemi di prima, solo peggiori: troveremo uno Stato ancora più debole, nel momento in cui sarà vitale il suo intervento e la sua forza; troveremo chi ci ricorderà la favola degli italiani che vivono al di sopra delle loro possibilità; troveremo chi ci chiederà di rivedere le regole del mondo del lavoro, di flessibilizzarlo ancora, di rinunciare a qualche altro diritto; troveremo un mondo peggiore persino di questo e saremo ancora più soli di adesso. Forse è il caso di cominciare a pensarci per tempo. 

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