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Trivelle, stop e aumento dei canoni: finora tutto fermo. Le aziende continuano a guadagnare, lo Stato no

I gialloverdi avevano provato a mettere a punto un nuovo sistema anti-fonti fossili che riguardasse il cosiddetto “caso trivelle”. Il compromesso che la maggioranza di allora aveva trovato si poteva riassumere così: aumento di 25 volte dei canoni annuali di coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi per tutte le compagnie petrolifere e uno stop alle ricerche di 18 mesi per realizzare il “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”.

Cosa è successo da quel momento in poi? Nulla, ovviamente. A oggi non c’è traccia né dell’uno né dell’altro, nonostante secondo la norma l’aumento sarebbe dovuto entrare in vigore dal 1° giugno del 2019.

Come racconta Il Fatto Quotidiano, finora gli operatori non hanno ancora pagato nessuna maggiorazione sui canoni, né su quelli di ricerca né su quelli di coltivazione e stoccaggio. Le riscossioni per le ricerche sono in effetti ferme perché essendoci una moratoria che blocca quelle già autorizzate (in attesa del piano) non sarebbe equo chiedere tanto i canoni quanto un loro aumento.

Per coltivazione e stoccaggio, invece, non c’è stato alcuno stop produttivo ma le compagnie petrolifere non hanno ancora avuto nessun aumento sulla quota perché manca un decreto emesso dal ministero dell’Economia di concerto con quello dello Sviluppo Economico che, come previsto dalla norma sulle trivelle, stabilisca i modi e i tempi per corrispondere gli oneri concessori maggiorati.

Il decreto di febbraio prevedeva che per queste zone le aziende dovessero corrispondere 1.481 euro per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione (prima era di 59 euro), 2.221 per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione in proroga (invece di 88 euro). La rimodulazione anche solo di questi due tipi di canoni, quindi, produrrebbe “complessivamente maggiori entrate per il bilancio dello Stato nell’ordine di circa 16 milioni di euro per l’anno 2019 e 28 milioni per ciascuno degli anni successivi”.

Sempre la stessa norma identifica in queste maggiori entrate, la fonte di risarcimento per tutte le eventuali cause e richieste di risarcimento qualora aree già produttive dovessero rientrare in quelle indicate dal piano come non idonee alla coltivazione di idrocarburi.

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