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Hanno spolpato l’Italia! Ricche aziende pubbliche privatizzate nell’interesse dei soliti. Indovinate di che partito

Pubblicato il 11/07/2022 21:16

Nel 1993 i “privatizzatori” assicuravano: “Basta far rispettare le regole”. Com’è noto, però, le cose sono andate molto diversamente: i colossi pubblici più floridi sono stati letteralmente spolpati da quei privati che avrebbero dovuto garantirne l’efficienza. Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato sono alcuni dei maggiori fautori di quello scempio. Ed ora lo Stato (quindi noi) dovrà pagarne il conto.
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L’importante è far rispettare le regole

Fu proprio nel novembre del ‘93 che Ciampi e l’allora ministro dell’Economia, Piero Barucci, portarono avanti le privatizzazioni italiane, già messe in atto l’anno precedentemente dopo il famigerato panfilo su cui banchettava Mario Draghi, allora Direttore Generale del tesoro. Erano molti i cittadini dubbiosi sul merito. Si pensava che se ci sono utili vanno ai privati, se ci sono perdite saranno addossate alla collettività. Ma il duo rassicurava tutti dicendo che “la soluzione magica che annulla tutti i rischi non esiste. L’importante è far rispettare le regole del gioco”. Anche perché “l’esperienza insegna che quando si tratta di gestire un’impresa, quello è un mestiere da privati. È meglio lasciarlo fare a loro”. Come giustamente evidenziato da Il Fatto Quotidiano, «Non c’è sintesi migliore del disastro odierno».
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La svendita delle aziende strategiche nazionali

Purtroppo noi tutti ben sappiamo che le cose sono andate esattamente al contrario di quanto prospettato dall’allora Presidente del Consiglio e dall’allora ministro dell’Economia. E’ successo che l’imprenditoria chiamata a spartirsi gli asset strategici nazionali hanno scambiato alcune grandi aziende pubbliche, che sotto la gestione statale avevano raggiunti ottimi risultati, per dei bancomat. Complici e altrettanto colpevoli sono stati i politici ed i ministri di ogni sponda, che pavidi hanno regalato il loro placido benestare alla successiva, sistematica distruzione delle perle italiane. Telecom, Ilva, Autostrade etc. dimostrano che le regole del gioco non sono state fatte rispettare, semplicemente perché non esistevano. Un’epoca, quella, che ha avuto molto in comune con le svendite sovietiche dell’era Eltsin: al posto di un manipolo di oligarchi, in Italia a fare fortuna c’erano alcune famiglie imprenditoriali o i soliti noti del salotto finanziario.
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Il vecchio PD smantella l’Italia

Siamo agli inizi degli anni Novanta. Uno spudorato Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che dava da lavorare a 500.000 dipendenti. L’IRI gestiva Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma. Questi asset strategici verranno poi immessi sul mercato, impietosamente, ad uno ad uno. L’IRI, ormai ridotto ad un contenitore vuoto, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000. Nel luglio 1996 iniziano le prime privatizzazione dei servizi pubblici locali, grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Nel 1999 Massimo D’Alema prosegue il disegno staticida di Prodi, approvando un disegno di legge che privatizzerà definitivamente i servizi pubblici locali. Le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.
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Il caso dell’Ilva

Come riportato dal Fatto, l’esempio dell’Ilva, in tal senso, è eclatante. Nel 1995 fu svenduta da Berlusconi all’amico Emilio Riva, che nel 2008 si sdebitò partecipando alla cordata dei “capitani coraggiosi” chiamati dal Cavaliere a tentare senza successo di salvare l’Alitalia. L’Ilva era la più grande acciaieria d’Europa, inquinava tantissimo, è vero, ma produceva oltre 8 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, con profitti lordi per mille miliardi di lire. Fu venduta per poco più del doppio (2.500 miliardi). Ma gli intrecci vanno ben oltre. Nel Cda dell’Iri, che autorizzò quello che fu un vero e proprio regalo, c’era anche Piero Gnudi, il quale vent’anni dopo sarà scelto da Matteo Renzi come commissario dell’Ilva lasciata spolpata dai Riva. L’assurdo nell’assurdo: liquidatori di società pubbliche ingaggiati per liquidare le stesse società poi spolpate dai privati. In Italia è successo anche questo e le conseguenze di questa gestione sono sotto gli occhi di tutti: nel 2012 Ilva è stata sequestrata ai Riva a causa dell’inquinamento ventennale. Ad oggi, lo Stato (quindi noi) ha già speso 400 milioni per evitarne il tracollo, peccato che a comandare sia ArcelorMittal, il gruppo franco indiano che l’ha rilevata nel 2017. In definitiva, oggi l’Ilva è in ginocchio, produce poco circa la metà dei volumi che faceva 20 anni fa e lo Stato (quindi noi) se vuole rilanciarla e decarbonizzarla, dovrà spendere due miliardi.
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Il clamoroso regalo di Autostrade

Non è troppo diversa la vicenda di Autostrade. I manager dei Benetton sono riusciti a trasformare la concessionaria in un bancomat con pochi paragoni nel mondo, sempre grazie all’acquiescenza di politici e ministri vari. Nel 1999 ne fu stabilita la privatizzazione e, ad oggi, Aspi (Autostrade per l’Italia) ha distribuito quasi 11 miliardi di dividendi. Soldi fatti anche risparmiando sulle manutenzioni, come dimostrano i disastri del Viadotto Acqualonga (Avellino) e del ponte Morandi e i loro 83 morti. Ma facciamo qualche passo indietro. Autostrade era ben gestita dall’Iri (che inventò anche il Telepass) e non c’era alcun bisogno reale di privatizzarla visto che la costruzione della rete era già stata ampiamente ammortizzata. Ma qualcuno di molto generoso ha pensato bene di confezionare un regalo senza pari: nel 2000 i Benetton speserò 2,5 miliardi per prendersi il 30%, tre anni dopo nemmeno un euro per l’Opa con cui salirono all’84% (i debiti furono accollati alla società) e nel giro di 4 anni l’investimento aveva quadruplicato il valore. Come sottolinea il Fatto, la gestione Benetton è stata un vero e proprio trionfo di speculazione: “tariffe sempre crescenti e concessioni generose hanno garantito ad Autostrade un margine di profitto a livelli di Google”. Il disastro del Ponte Morandi ha poi fatto sì che, invece di punire i Benetton, lo Stato (quindi noi) sborsasse tramite Cassa depositi, con la partecipazione di due fondi esteri (Blackstone e Macquarie), ben 8 miliardi per ricomprarsi la concessione. Ma non è tutto. Si stima, infatti, che ne serviranno più del doppio per rifare una rete che ha oltre 50 anni: pagheremo noi, ovviamente.
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L’infausto destino di TIM

Pe quanto riguarda Tim, nei prossimi mesi il governo dovrà decidere sul suo destino. Cassa depositi e prestiti è azionista al 9,8% e l’idea sarebbe quella di fonderla con la rete di Open Fiber, un esperimento malriuscito voluto dal governo Renzi e di cui Cdp oggi è azionista di controllo mentre il solito Mcquarie è al 40%. Una fine indegna per quello che una volta era un vero e proprio colosso. Ora saranno gli azionisti privati di Tim, tra i quali la francese Vivendi, a decidere quanto forzare la mano per accollare alla società miliardi di debiti ed il personale in eccesso. Ma anche qui, prima della privatizzazione, la situazione era molto diversa: Telecom era una delle più grandi compagnie di tlc d’Europa. Le scalate a debito dei Colaninno, Tronchetti Provera e compagnia cantante l’hanno spolpata fino all’osso. Se nel 1999 fatturava 27 miliardi, oggi ne fa a malapena 15; aveva 8 miliardi di debiti netti e oggi 22; è passata da 120 mila a 40 mila dipendenti; gli investimenti sono rimasti fermi.

Questi sono solo alcuni degli imbarazzanti esempi di come le aziende che avevano contribuito a fare dell’Italia la quarta potenza mondiale, siano state ridotte in brandelli dalle privatizzazioni, dalla malagestione e dall’avidità dei privati e, nondimeno, dalla malapolitica. Indovinate a chi tocca ora tentare di mettere una pezza a tutto questo scempio? Già, sempre allo Stato, quindi a noi.

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