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Una trappola chiamata Mes: così l’Italia rischia di farsi mettere in gabbia dall’Ue germano-centrica

Si continua a discutere parecchio, in questi giorni, della tanto discussa revisione del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, sorta di Fondo Monetario Internazionale in versione europea nato, sulla carta, per dare ossigeno a quei Paesi membri che dovessero a un certo punto trovarsi in difficoltà, concedendo credito a chi ne fa richiesta per finanziare le proprie manovre o riparare situazioni pericolose come una crisi dei mercati. E dietro al quale si nasconde, però, il senso stesso di un’Unione che non è e non può essere, allo stato attuale delle cose, politica.

Di tatto, il Mes riformato rischia di trasformarsi in una vera e propria scure pronta ad abbattersi su una vittima precisa, il risparmio dei cittadini italiani. Il meccanismo e semplice: per accedere a quel piccolo tesoretto, prezioso per uscire da situazioni di difficoltà, l’Europa pretende la sostenibilità del debito dello Stato richiedente. Niente da fare, quindi, se ti trovi sotto procedura di infrazione o hai violato il Patto di Stabilità. A meno che, questo il passaggio chiave, non sottoscrivi un impegno alla ristrutturazione del debito.

Per un Paese come l’Italia, dove le famiglie sono storicamente propense al risparmio e dove banche e fondi di investimento detengono gran parte del debito pubblico, le conseguenze potrebbero essere terribili per le famiglie. Più che un aiuto, dunque, il Mes si trasformerebbe in uno strumento per rivendicare con ancor più forza l’austerity tanto cara ai tedeschi, quegli stessi tedeschi che proprio in queste settimane hanno finanziato, nel silenzio generale, una banca con dei soldi pubblici senza incorrere nell’accusa di “aiuti di Stato”.

Una trappola bella e buona, insomma, alla quale l’Italia rischia di abboccare con drammatica faciloneria. E intorno alla quale continua a esserci pericolosamente tanto, troppo fumo: nessuno prende posizioni forti, nessuno si espone. Lo stesso Conte continua a promettere di non aver firmato niente ribadendo però di essere impegnato in trattative. Quali non è dato saperlo, fermo restando che il 12 e 13 dicembre si voterà proprio per la riforma del Mef. Al quale l’Italia, per la cronaca, ha anche già destinato 14 miliardi. Col rischio di ritrovarsi, ora, in gabbia.

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