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Ecco come Amazon ha distrutto il tessuto delle botteghe in Italia

Pubblicato il 18/08/2020 16:31 - Aggiornato il 18/08/2020 16:33

Dieci anni fa Amazon sbarcava in Italia. Dieci anni. È il tempo che è servito per distruggere un intero tessuto economico e sociale. Non tutta la “colpa” è di Amazon, certo, ma è interessante analizzare i fenomeni che hanno portato a questo cambiamento radicale del modo di acquistare che ha comportato anche una rivoluzione delle città e della società. Per dare qualche dato, partendo proprio dal 2010 (come si diceva in apertura anno dell’arrivo del portale di Jeff Bezos in Italia), ad oggi hanno chiuso quasi 110mila negozi. Il 2020, l’anno del Covid, ha dato la mazzata finale, e mentre tutti i settori hanno avvertito una brusca frenata a causa del lockdown, Amazon ha continuato a crescere, anzi, a cavalcare l’onda pandemica per arricchirsi ancor di più.

Come ricostruisce Gabriele De Stefani su La Stampa, “Amazon assorbe circa un quarto del commercio online: nel 2019 ha fatturato 4, 5 miliardi di euro ed entro l’anno salirà a 8.500 dipendenti, 27 depositi, 8 centri di distribuzione e 5 centri direzionali, con aperture in tutto il Paese. Aumentano gli occupati, mentre le ombre sulle condizioni di lavoro restano: pur con tassi di sindacalizzazione minimi, non si spengono infatti le proteste per i ritmi troppo stringenti. E anche la partita della web tax, ancora tutta da giocare, pesa nell’analisi del successo: a fronte del fatturato da 4, 5 miliardi, l’azienda fa sapere di aver pagato tasse per 234 milioni nel 2019, comprendendo però nella cifra le imposte sul lavoro dei dipendenti”.

Secondo l’Osservatorio B2c Netcomm del Politecnico di Milano, due milioni di italiani si sono avvicinati agli acquisti online proprio durante il lockdown. Per questo motivo Amazon ha continuato la sua ascesa proprio “grazie” al Covid-19. Per capire contro cosa devono combattere le piccole botteghe, basti pensare che “l’e-commerce a fine anno sarà schizzato a 22,7 miliardi di euro, con un balzo del 26% rispetto al 2019, e avrà conquistato una quota dell’8% sul totale delle vendite (era al 6%). Le strategie dei piccoli esercizi e dei colossi del web si incrociano: le vetrine camminano verso l’online e il digitale muove verso i negozi”.

“Migliaia di piccoli operatori si sono affrettati a cambiare per resistere al lockdown – dice a La Stampa Roberto Liscia, presidente di Netcomm – tra semplici servizi prenotabili via Whatsapp, iscrizione a piattaforme e strumenti di commercio elettronico personali messi in piedi in fretta”. In più, “i big del web godono di vantaggi fiscali ingiustificati a cui bisogna mettere fine”, come accusa Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti.

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