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Scuola, Italia ultima in Europa. L’”impietoso” confronto con gli altri Paesi

Nel progetto di ricerca “Scuolacovid19”, presentato all’interno di un articolo dell’Espresso, vengono messe a confronto le misure adottate da Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, il quadro che ne viene fuori è “impietoso” e mostra l’Italia come ultimo paese, il peggiore per capacità di risposta all’emergenza nel contesto scolastico. Tra le criticità che emergono: l’Italia registra il record per giorni di chiusura e le linee guida, oltre ad essere di difficile fruizione per operatori e genitori, sono state pubblicate all’ultimo momento. 

Una delle variabili distintive più evidenti è il tempo, variabile per la quale l’Italia si contraddistingue in maniera negativa arrivando a registrare perfino il primato. Mentre in Spagna erano state date indicazioni già in maggio, in Italia si è dovuto aspettare agosto. Il ritardo della pubblicazione delle linee guida ha lasciato davvero troppo poco tempo ai dirigenti e al personale per organizzarsi e mettere in atto le procedure richieste per prepararsi adeguatamente alla ripartenza.

L’Italia come al solito, è lenta e inefficace, imbrogliata nella burocrazia, manca di praticità. Da noi le linee guida, non solo sono state pubblicate, in confronto al resto dell’Europa, con un ritardo clamoroso, ma alla fine la loro pubblicazione attraverso canali ufficiali si rivela pressocchè inutile. “Le informazioni trasmesse sono molto accurate giuridicamente, ma non sono di facile fruizione per gli operatori o per i genitori che devono orientarsi”. Sarebbe banale dire che informare in modo chiaro, soprattuto all’interno di questo contesto, è fondamentale, ma evidentemente in Italia per il governo non lo è.

Un altro elemento per il quale l’Italia si posiziona ultima, riguarda il numero totale dei giorni in cui la scuola (in presenza) è stata chiusa: “nessuno studente europeo è stato lasciato da solo così a lungo”. In Spagna, un Paese che ha dovuto superare ostacoli sanitari simili ai nostri, molte aule hanno riaperto il 2 maggio, anche per dare supporto alle famiglie in difficoltà. Nel nostro Paese invece, in alcune regioni si prende in considerazione perfino la possibilità che slitti ulteriormente la data di apertura prevista per il 14 settembre a causa della concomitanza con il voto amministrativo e referendario. È evidente come sia diverso il peso che si dà all’importanza della riapertura delle scuole.

Tamponi immediati e quarantene circoscritte si sono rivelate a Berlino la strada efficace da adottare per riuscire a garantire la scuola ed evitare chiusure lunghe generali. Grazie a tale meccanismo in 39 su 803 scuole di Berlino,”meno di 600 alunni, su 366mila, sono dovuti stare a casa un solo giorno”. Risposte tempestive, tamponi e isolamento dei casi positivi, sono elementi essenziali per essere efficaci nel contenimento dei contagi. In merito a ciò, l’Espresso mette in risalto un altro punto critico del modus operandi che sta adottando il nostro governo. Domenico Arcuri ha ordinato 2 milioni di kit di test sierologici che sono inutili: “a servire, per il contenimento del contagio, sono i tamponi che rintracciano l’Rna virale nelle vie respiratorie”. 

La consapevolezza in Germania è già assodata da tempo: infezioni individuali sono chiaramente inevitabili, importante, per non bloccare il sistema scolastico, è procedere senza causare allarme generale. La minaccia esite all’interno del contesto epidemico ma, per andare avanti, si può e si deve gestire.  

Secondo il professore di pedagogia generale e sociale, Massimo Baldacci, l’aula scolastica non è solo uno spazio fisico, ma rappresenta un’occasione essenziale dove l’alunno può e deve percepire il legame sociale e affettivo che lo lega agli altri in una comunità,  un luogo dove si costruiscono gradualmente le memorie condivise, un linguaggio comune, l’articolazione di simboli. Tutti elementi non percepibili e che mancano con la didattica virtuale. Non solo, ma fare didattica in presenza comporta l’attivazione di importanti dinamiche nelle relazioni anche a livello cognitivo.

Se si fossero davvero messi al centro i bisogni degli alunni, non ci sarebbe stata tutta questa grave perdita in termini di relazioni, competenze e sviluppo. Il problema è che l’emergenza della scuola non è sentita come emergenza al pari di quella relativa alle problematiche economiche. Se ci fermassimo a pensare a quanto i ragazzi abbiano perso sotto il punto di vista della didattica, della possibilità di avere una routine, di non essere isolati nelle proprie abitazioni, ci si renderebbe chiaramente conto di quanto sia stata gravosa la chiusura per tutto questo tempo e di quanto ancora la gestione dell’emergenza sia inadeguata. 

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