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Scoppia il caso Giorlandino. Ecco perché “non c’è (quasi) differenza” fra la prima e la seconda dose

Pubblicato il 17/11/2021 18:49

Claudio Giorlandino, Direttore sanitario di Altamedica, durante la trasmissione “L’Aria che tira”, del 15 novembre, ha avuto uno scambio accesso col professor Massimo Galli, mostrando in diretta dei dati del ministero della Salute in cui si evidenzia che non vi sia differenza tra chi ha fatto una o due dose di vaccino. Tutto questo mentre il governo procede spedito addirittura con la terza dose: “I non vaccinati muoiono – analizza Giorlandino dati di Speranza alla mano -, ma tra chi ha fatto una dose e chi ne ha fatte due è perfettamente uguale, qualcuno l’avrà letto questo studio al Ministero della Salute? Non finisce la capacità protettiva”. I dati di cui Giorlandino e illustra sono quelli contenuti nell’ultimo report dell’Iss. Dalla tabella 3 infatti apprendiamo come i vaccinati con ciclo incompleto sono in totale il 4,7%. I vaccinati con doppia dose con ciclo completo entro 6 mesi sono il 72,2%. I vaccinati con ciclo completo da >6 mesi sono il 7,2% e quelli che hanno ricevuto il booster (ovvero la terza dose) sono lo 0,5%.

Riguardo ai ricoveri, il 2,6% dei vaccinati con una sola dose è stato ricoverato. Il 32,6% dei vaccinati con doppia dose entro sei mesi ha subito la stessa sorte. Chi si è vaccinato con un ciclo completo da meno di sei mesi si attesa invece sull’11,4%. Chi ha ricevuto la dose booster è allo 0,3%. Situazione analoga si trova nei ricoveri in terapia intensiva: i vaccinati con una sola dose risultano essere l’1,6%. I vaccinati con ciclo completo entro i 6 mesi sono invece il 26,6%. I vaccinati con ciclo completo da meno di sei mesi sono il 5,2%. I ricoverati in terapia intensiva tra chi ha fatto la terza dose sono lo 0,2%. Per i decessi si segue pressoché lo stesso trend: in tutte le fasce d’età, i vaccinati con una sola dose hanno una percentuale di decessi del 3,5%. Quelli vaccinati con due dosi entro i 6 mesi sono addirittura il 38,7%. La percentuale relativa a chi ha completato il ciclo vaccinale da meno di 6 mesi è del 11,0%. Al momento non risultano casi di morte tra chi ha ricevuto la terza dose.

Vaccino Covid

Da questi dati è facile evincere come non si noti un progressivo miglioramento sia per quanto riguarda i contagi, le ospedalizzazioni, le terapie intensive e anche i decessi tra chi ha fatto la prima o la seconda dose. Non c’è per ora differenza in termini di copertura tra prima e seconda dose: allora perché si procede così spediti verso la terza? D’altronde è lo stesso Giorlandino a sostenere (e non è la prima volta) che la causa di questo trend sta nella memoria immunitaria. “Si parla della terza dose di vaccino e di vaccinare anche chi ha avuto il Covid ma non si parla delle cellule di memoria. Lì va ricercata l’immunità. Studi dimostrano la forza della memoria immunitaria contro il Cororonavirus”. In un’intervista all’agenzia Dire, Giorlandino ha spiegato nel dettaglio cosa siano le “Cellule B” di memoria e perchè in un certo senso invalidino le varie dosi di vaccino che si sperimentano nel tempo: “Le cellule B cosiddette mature sono le fabbriche della memoria immunitaria, sono quelle pronte a produrre nuovi anticorpi. Un soggetto che ha una libreria di memoria contro un certo virus, per esempio il Covid perché lo ha già avuto o perché ha già fatto il vaccino, una volta che questo si ripresenta viene riconosciuto da “sentinelle” linfoidi circolanti (detti APC) e presentato alle librerie che, riconoscendolo, vanno in rapida proliferazione (una mitosi ogni 6-12 ore) nel centro germinativo dando vita a cloni di cellule B specifiche per quell’antigene virale. Così, nel giro di 24-48 ore, riprendono a produrre anticorpi trasformandosi, in parte, in plasmacellule (le cellule-fabbrica delle immunoglobuline specializzate), e ricaricando la “libreria” di nuove cellule B e T di memoria”, spiega il professor Giorlandino.

Secondo Giorlandino “le cellule B di memoria sono indipendenti dagli anticorpi circolanti, e hanno cicli di vita diversi. Mentre, gli anticorpi ‘circolanti’ hanno una emivita di 28 giorni, per cui a cicli di 28 giorni calano, le cellule B hanno altri tempi e possono durare anche per la vita attraverso cicli riproduttivi. Qui, posso fare un ragionamento per analogia, abbiamo esempi con Sars1 e Mers, e si è visto che queste cellule B ci sono sempre, anche a distanza di 17 anni sono state trovate”.