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Mezzo milione di precari in più e tanta incertezza: i numeri dell’Italia dopo 2 anni di pandemia

Mentre prosegue la guerra santa ai non vaccinati, accusati di essere gli unici responsabili della nuova emergenza sanitaria, il governo gonfia il petto mostrando i dati di un’occupazione arrivata a sfiorare i livelli precedenti all’inizio della pandemia. I dati Istat parlano di 64 mila occupati in più rispetto a ottobre, + 700 mila rispetto allo scorso gennaio, con gli esponenti dell’esecutivo Draghi a cantare già vittoria tentando di mostrarsi agli occhi degli italiani come i fautori di un vero e proprio miracolo. Gli esperti, però, predicano calma e sottolineano aspetti decisamente meno positivi.

Mezzo milione di precari in più e tanta incertezza: i numeri dell'Italia dopo 2 anni di pandemia

Innanzittuto, infatti, il totale degli occupati resta inferiore di 115 mila unità rispetto al febbraio 2020, mese in cui nel nostro Paese è ufficialmente esplosa l’emergenza Covid. Con la quota degli inattivi ancora al di sopra del periodo pre-pandemia. Alle pagine della Stampa, il presidente di Fondazione Adapt Francesco Seghezzi commenta così i numeri dell’Istat: “Bisogna anche contare che oggi come a febbraio 2020 abbiamo il tasso di occupazione più basso d’Europa, quindi va bene festeggiare la sostanziale tenuta del sistema, ma io non esagererei”.

A pesare sul 2022 sono però i dati elementi che contribuiscono ancora a generare forte incertezza sul futuro: “L’andamento del mercato del lavoro – spiega Seghezzi – non è più determinato solo dalle ondate di Covid e dalle restrizioni come accadeva all’inizio della pandemia. Adesso pesano altre variabili strettamente economiche come il caro-energia, la crisi della supply chain, l’inflazione, l’andamento dei tassi di interesse. Sono tutti fattori contraddistinti da un grado di incertezza significativo e che impatteranno in modo decisivo sul 2022”.

A cambiare è stata di sicuro la struttura del mercato del lavoro: “Meno autonomi, meno posti fissi e più contratti a tempo determinato mi sembrano trend ormai consolidati – conclude Seghezzi – e se è vero che molti contratti sono a tempo determinato perché l’incertezza legata alla pandemia frena le imprese, è difficile immaginare una conversione di massa di questi rapporti di lavoro verso il tempo indeterminato quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata”.

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