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Meloni l’americana. La fitta rete di rapporti con l’establishment statunitense della Presidente del Consiglio in pectore

Pubblicato il 22/09/2022 21:55

Dall’Aspen Institute al think tank dei repubblicani, la fitta tela di rapporti della “sovranista atlantista” è stata cruciale per permetterle di arrivare ad essere la candidata numero uno per la conduzione del prossimo governo. Tutto accade qualche settimana fa, a inizio estate. Come ha raccontato Formiche.net, alla tradizionale festa del 4 luglio all’ambasciata americana Giorgia Meloni è stata un’osservata speciale. Soltanto un mese dopo, un volta crollato il governo Draghi, la leader di Fratelli d’Italia avrebbe iniziato a palpare sempre di più il portone di Palazzo Chigi. E mentre la campagna elettorale volge al termine, i riflettori della comunità internazionale rimangono ben piantati su Fratelli d’Italia e sui piani della sua condottiera.
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Ma torniamo al 4 luglio. A quell’occasione la Meloni arriva ben preparata. Già da anni aveva iniziato a tessere una fitta tela di relazioni volta a spianare la strada per il suo cammino verso il governo. E cioè fugare i dubbi e le preoccupazioni di quell’establishment internazionale dal cui expedit, per forza di cose, bisogna passare per governare il Paese: finanza, cancellerie europee, Washington DC. Proprio su quest’ultimo soggetto l’ex ministra della Gioventù ha fatto i compiti a casa. Lavorando per sfatare il cliché di una destra italiana intrisa di antiamericanismo.
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Missione compiuta? Lo scopriremo tra pochi giorni. Ma di certo sono ben chiari i motivi per i quali la Meloni non ha mai perso occasione per dare il proprio supporto all’atlantismo più sfrenato, appoggiando tutte le decisioni che, in questi mesi, sono state calate dall’alto. Direttamente dalle unte mani dello Zio Sam. La parabola atlantista di FdI, infatti, è ben nota a chi segue la politica italiana a Washington. Giorgia Meloni si è costruita nel tempo ottime entrature a Via Veneto. Era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari in uscita, Thomas Smitham, il quale ha lasciato il posto al suo successore, Shawn Crowley. Un anno fa poi la scelta di iscriversi all’Aspen Institute, tra i più prestigiosi think tank d’oltreoceano. Ma di cosa si occupa esattamente questa ambigua organizzazione?
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Prendendo quelle che sono le informazioni fornite direttamente dal suo sito ufficiale, la missione di Aspen Institute Italia è l’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni. L’Istituto si concentra sui problemi e le sfide più attuali della politica, dell’economia, della cultura e della società, con un’attenzione particolare alla business community italiana e internazionale. Il “metodo Aspen” privilegia il confronto ed il dibattito “a porte chiuse”, favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. Attorno al tavolo Aspen discutono leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale e culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di libertà espressiva. Insomma, un incrocio tra Bilderberg e World Economic Forum, più o meno.
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La presidente di FdI Giorgia Meloni durante la conferenza stampa in Senato per l’elezione da presidente al Partito dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr Party), Roma, 29 settembre 2020. ANSA/ANGELO CARCONI

Ma per costruire il “recinto” di sicurezza americano in questi anni ci è voluto un vero e proprio lavoro di squadra. Come spiega Formiche.net, c’è voluto anche Adolfo Urso, senatore e presidente del Copasir. Un veterano del settore, che nel tempo ha lavorato duramente per accreditare FdI oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, la fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia. C’è poi stata anche la “manina” di Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già ministro degli Esteri nel governo Monti. Voce molto ascoltata nel partito, che pronuncia parole al miele per il mondo a stelle e strisce: durissimo con Russia e Cina, inflessibile sui diritti umani. E ancora Andrea Delmastro, deputato e responsabile Esteri, è stato un altro tessitore di peso della rete meloniana fra Washington e Bruxelles, più un’altra lunga serie di nomi che evitiamo di menzionare per questioni di rapida leggibilità.
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Fratelli d’Italia, dunque, ma anche un po’ d’America. Il cammino “a stelle e strisce” della Meloni, infatti, è stato ben pianificato ed indirizzato. Dapprima il progressivo avvicinamento al Partito repubblicano. Con Donald Trump la leader di FdI ha condiviso per ben tre volte il palco della Conservative Political Action Conference (Cpac), la più importante kermesse conservatrice negli States, riunita ogni anno ad Orlando, in Florida. Il proseguo, invece, è ancora da costruire. Per farlo dovranno essere ben intelaiati i futuri rapporti istituzionali, cosa che di certo la futura carica di Presidente del Consiglio potrà agevolare. Perché, se sul piano politico gli agganci americani sono ormai solidi, lo stesso non si può dire dell’establishment di Washington DC. Di certo Giorgia Meloni, attraverso le sue dichiarazioni e le sue politiche atlantiste, si sta ben portando avanti nel lavoro. Peccato che stia causando la distruzione del Paese che andrà, con tutta probabilità, a governare.

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