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L’eredità di Arcuri: 218 milioni di mascherine inutilizzabili. Che, ora, saranno svendute

Gli ultimi mesi hanno confermato, ancora una volta se a qualcuno non fosse chiaro, che la scelta dell’allora premier Giuseppe Conte di puntare tutto su Domenico Arcuri, nominato commissario dei commissari per l’emergenza Covid, non sia stata proprio felicissima. Dal disastro dei banchi a rotelle per il ritorno a scuola fino alle mascherine, passando per il mancato rilancio di Ilva, Bagnoli, Embraco e Blutec, il numero di flop collezionati è stato da record, con recenti rogne anche sul fronte giudiziario per i tanti, troppi sprechi. E le sorprese non sono ancora finite.

Stando a quanto pubblicato in queste ore da Il Tempo, infatti, tra i problemi non proprio di poco conto lasciati in eredità da Arcui al suo successore, il generale Figluolo, ci sarebbe proprio quello delle mascherine. Per la precisione ben 218 milioni, una cifra monstre, inutilizzabili in quanto sprovviste del marchio CE. Cosa fare di preciso ora di quelle protezioni per il viso rimaste inutilizzate è, a tutti gli effetti, un mistero, particolarmente difficile da risolvere.

Figliuolo, disperato per la situazione creatasi con Arcuri e che ora grava sulle sue spalle, ha deciso così di pubblicare un avviso rivolto a tutti coloro che potrebbero essere interessati ad acquistarle. Perché, aggiunge il Tempo, anche se non riescono a bloccare il virus possono comunque essere riciclate e impiegate in altri ambiti industriali. Bruciarle in un inceneritore, d’altronde, avrebbe un costo importante, che il nuovo commissario preferirebbe risparmiarsi, magari guadagnandoci qualcosa sopra.

Arcuri, nel frattempo, è ancora preoccupato dall’inchiesta sulla maxi-commessa da 800 milioni di mascherine cinesi, ordinate dalla struttura commissariale di cui era a capo e pagate più del prezzo di mercato, nonostante molte fossero difettose e non conformi agli standard di sicurezza. Un affare da 1,25 miliardi di euro e sul quale si sta concentrando la Procura di Roma. L’ex commissario era stato iscritto una prima volta nel registro degli indagati con l’ipotesi di corruzione, poi la sua posizione era stata stralciata, infine era arrivata una richiesta di rogatoria internazionale inviata dai magistrati romani ai colleghi di San Marino, con Arcuri e il dirigente Antonio Fabbrocini stavolta indagati per peculato.

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