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Adesso lo ammette anche la Banca d’Italia: «Le banche centrali creano moneta dal nulla»

di Thomas Fazi.

Quante volte in questi anni ci siamo sentiti dire che bisognava tagliare il welfare, la scuola, la sanità, la ricerca, le pensioni ecc., che non si poteva fare nulla per i disoccupati, per i poveri, per i lavoratori, per i piccoli imprenditori, per gli ultimi, perché “non c’erano i soldi”? 

Che non si poteva fare deficit perché altrimenti “i mercati ci avrebbero punito facendo schizzare in alto lo spread”? 

Che l’austerità era il prezzo da pagare per abbattere “il macigno del debito pubblico”, ormai avviatosi su un sentiero di “insostenibilità”, pena il “default”? 

Un enorme castello di menzogne, che adesso – sotto il peso della realtà (della pandemia) – sta crollando un pezzo alla volta. 

Proprio l’altro giorno, durante l’audizione sulla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il capo del dipartimento di economia e statistica di Banca d’Italia, Eugenio Gaiotti, parlando delle operazioni di politica monetaria della BCE, ha ammesso candidamente che nei moderni regimi monetari le banche centrali, inclusa la BCE, possono creare “dal nulla” tutta la moneta che vogliono. 

«Come qualsiasi banca centrale – ha detto Gaiotti – la BCE acquista titoli e crea moneta, crea proprie passività per sostenere l’economia. Tutto qua». 

Ah, quindi la storia per le politiche di austerità erano una necessità dettata dal fatto che l’Italia stava “finendo i soldi” era una balla? La macelleria sociale di questi anni si sarebbe tranquillamente potuta evitare se solo la BCE avesse scelto di «creare moneta per sostenere l’economia» invece di usare lo spread come manganello per imporre brutali politiche di austerità? Ad averlo saputo prima, ci saremmo evitati di rovinare la vita a svariati milioni di persone. 

A proposito di spread, è interessante notare come, a fronte di un deficit del 10 per cento e di un incremento del rapporto debito/PIL che si prospetta nell’ordine del 20 per cento, i tassi di interesse sui titoli italiani siano… scesi ai minimi storici

Ma come? E la storia per cui non potevamo fare deficit perché altrimenti sarebbe salito lo spread? Una balla anche quella: è ormai chiaro anche ai bambini che i tassi di interesse sui titoli di Stato (e dunque lo spread) non dipendono dai mercati ma dalla banca centrale. 

Quindi in questi anni di infiniti dibattiti e di terrorismo mediatico-politico sullo spread – che hanno profondamente destabilizzato il processo democratico, arrivando persino a provocare la caduta di un governo (Berlusconi IV) – abbiamo parlato del nulla? Ma pensa te. Ad averlo saputo prima, magari in questi anni ci saremmo potuti occupare di problemi reali ed avremmo evitato di ancorare il destino del nostro paese ad un indicatore completamente insignificante (nella misura in cui è, come detto, controllato dalla banca centrale). 

Vabbè, ma almeno la storia della necessità impellente di ridurre il nostro “enorme” debito pubblico era vera? Purtroppo no: una balla anche quella. Fintanto che il debito pubblico di uno Stato è garantito dalla banca centrale che emette la valuta in cui è denominato il debito, non si pone nessun problema di sostenibilità. Tanto più se una banca centrale si impegna a comprare tutti o una buona parte dei titoli di nuova emissione, come sta facendo la BCE da mesi*. 

Fino a ieri, però, eravamo in pochi a sostenere questa banale verità, a fronte di un martellamento politico-mediatico costante sull’insostenibilità del debito italiano. Oggi, invece, è tutto un “contrordine, compagni!”. 

È stato un altro tecnico di Banca d’Italia – Fabrizio Balassone, capo del servizio struttura economica –, sempre in occasione dell’audizione presso le commissioni di bilancio riunite, a dire che non solo l’Italia non presenta alcun problema di sostenibilità del debito ma che addirittura «noi non abbiamo mai sostenuto come Banca d’Italia che ci fosse un problema di sostenibilità del debito». 

Ma pensa te. Sarà stato un caso di allucinazione collettiva? Eppure poco più di un anno fa un certo Ignazio Visco diceva: «Abbiamo un debito pubblico elevato in rapporto al PIL e abbiamo dei dubbi che riusciamo a sostenerlo». 

E prima ancora sempre costui aveva dichiarato: «Il rapporto tra debito pubblico e PIL potrebbe rapidamente portarsi su una traiettoria insostenibile. Vanno tenuti in considerazione i vincoli che derivano dall’elevato livello del debito, in quanto un aumento improduttivo del disavanzo finirebbe col peggiorare le prospettive delle finanze pubbliche, alimentando i dubbi degli investitori e spingendo più in alto il premio per il rischio sui titoli di Stato». 

Ma chi è dunque questo Visco che andava in giro a spargere fake news sull’insostenibilità del debito pubblico e sul legame tra deficit e tassi di interesse? Ah sì, è il direttore della Banca d’Italia. 

*Ciò non toglie che i singoli Stati rimangono comunque alla mercé della BCE: in qualunque momento la BCE può rivedere la propria politica monetaria e far ripiombare uno Stato nelle fauci della speculazione. La differenza tra l’eurozona e tutti gli altri paesi avanzati sta tutta qua: in questi ultimi, la banca centrale è effettivamente dipendente dal governo; nell’eurozona, invece, sono gli Stati ad essere dipendenti dalla banca centrale. In questo senso, nella misura in cui il debito italiano rischia di (ri-)diventare insostenibile, questo è unicamente una conseguenza dell’appartenenza dell’Italia all’architettura dell’euro. 

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